A Terra Madre, incontro mondiale delle comunità del cibo che
si è tenuto a Torino dal 23 al 27 ottobre 2008, Reggio Emilia
era rappresentata dalla “Comunità dei produttori
della zucca cappello da prete e dei meloni tradizionali”,
il cui referente è l’Istituto d'Istruzione Superiore “Zanelli”.
L’Istituto cittadino, unica scuola invitata in tutta Italia, è
stata presente fin dalla prima edizione, nel 2004, con una piccola delegazione
di insegnanti e studenti, che hanno vissuto sempre esperienze indimenticabili,
in mezzo ad un crogiuolo di razze, con contadini da tutto il mondo,
con i loro costumi e le loro tradizioni, l’orgoglio di essere
lì e di rappresentare quello che si auspica possa essere il futuro
del cibo, coniugando sapienze antiche e innovazio
ne.
Insieme a più di 4.000 contadini erano presenti tanti ricercatori
di Università agrarie di tutto il mondo, oltre ai 1.000 cuochi,
scelti tra quelli più sensibili a queste tematiche.
Nelle passate edizioni lo Zanelli rappresentava i pochi produttori della
nostra zucca per eccellenza, la sempre più rara cappello
da prete, ed era lì grazie al suo pluriennale lavoro
di ricerca di agricoltori che ancora avessero questa varietà
tra le province di Reggio e Mantova, di riproduzione in purezza del
seme, di produzione e vendita delle zucche. Ora si aggiungono altre
cucurbitacee, cioè i meloni tradizionali, su cui lo Zanelli ha
iniziato un simile lavoro di ricerca già da alcuni anni. Parliamo
di tre varietà, il melone ramparino, il banana e il rospo,
che non solo non sono più presenti nei negozi da decenni, ma
ormai non sono più nemmeno coltivati, se non in qualche orto
domestico.
Di
fatto, per quanto ne sappiamo, l’Istituto Agrario è l’unico
rimasto a piantare diverse decine di piantine di questi meloni ogni
anno. Per questo motivo, già nel 2007 lo Zanelli ha distribuito
gratuitamente semi di queste 3 varietà di melone, insieme a quelli
della cappello da prete, in un’iniziativa chiamata “Ortolani
custodi”, mirata a far ritornare queste varietà
negli orti familiari dei reggiani.
Nel 2008 la Regione Emilia Romagna, sull’esempio di Toscana e
Marche, ha approvato una “Legge sull’Agrobiodiversità”
(L.R. n. 1 29/01/08), che ha lo scopo di salvaguardare il patrimonio
di risorse genetiche autoctone a rischio di erosione. Per far ciò
ha istituito un repertorio regionale dove vengono iscritte e catalogate
le varietà vegetali e le razze animali oggetto di tutela, prevede
il finanziamento della conservazione ex-situ, tramite banche del germoplasma,
e in situ, tramite la figura degli agricoltori custodi.
Nel repertorio regionale, per ora provvisorio, sono state incluse importanti
“reggianità”, come il melone rospo,
la cipolla borettana (non a rischio), il mais
nano precoce reggiano e il grano reggiano Poulard di
Ciano (custoditi solo in banche del seme), la prugna
zucchella, la mela campanina e la pera
nobile, il marrone di Campora, il fico
verdino. Ma ne esistevano tanti altri: il fico brogiotto
bianco o le marasche, mele
come la San Giovanni o la Cioca Rumela,
le pere Butirra d’autunno o la Curato,
il cocomero “fuiasa” di Santa Vittoria,
per non parlare delle tante varietà di uve,
come la fogarina o la termarina.
Poi ci sono le razze animali, come la vacca reggiana,
la pecora cornella, il cavallo del Ventasso.
Torniamo ai nostri meloni. Il ramparino, venduto dai
fruttivendoli reggiani fino ai primi anni ’70, all’apparenza
ha un aspetto consueto, ma la sua polpa è di colore verde, molto
profumata e dal gusto deciso e quasi piccante. Cresce bene arrampicandosi
su reti e sostegni. E’ citato da Carlo Casali nel “I nomi
delle piante nel dialetto reggiano” del 1915, come mlòun
ramparèin.
Il rospo ha l’aspetto di una zucca ed è
così chiamato per la superficie bitorzoluta. Il suo gusto è
molto particolare, sapido e leggermente piccante.
Di
questo melone scriveva nel 1811 il Filippo Re, nel suo “L’ortolano
dirozzato”, “?…? la superficie ?…? è
coperta di bernoccoli. I Bolognesi la dicono Rospa. La Polpa è
la migliore di tutte le specie di Poponi”
Il banana è il più misterioso dei tre.
Non ha nulla a che vedere con altri antichi meloni propriamente detti
banana per la loro forma. Il nostro è invece un melone tondo
e liscio, di colore giallo-verde, con polpa bianca, molto dolce se raccolto
ben maturo. Sappiamo solo che era diffuso nella zona tra Brescello e
Sorvolo, in particolare a Lentigione. Non somiglia a nessun altro melone
antico e non vanta alcuna citazione scritta. Un vero rebus…
Tutti questi meloni, un po’ meno dolci delle varietà attuali,
sono progressivamente scomparsi dai campi perché inadatti al
moderno sistema distributivo: devono infatti essere raccolti a giusta
maturazione, sono delicati e soffrono il trasporto, durano pochi giorni.
Sono però l’ideale per un orto domestico, al quale sono
in grado di regalare l’emozione di sapori perduti.
La
zucca “Cappello da Prete” è tipica
della pianura reggiana e mantovana, ma diffusa anche nel parmense, soprattutto
in prossimità del Po. Ha forma a turbante (da cui il nome), con
la falda inferiore più o meno sviluppata, buccia grigio verde.
La polpa di colore giallo-arancio, soda, dolce e povera di fibra, è
l’ideale per il ripieno dei tortelli o la preparazione dei gnocchi.
La varietà ha somiglianze con una delle cultivar più antiche
d’Italia, la Marina di Chioggia, che però presenta un colore
verde e la superficie bugnosa. Zucche con queste sembianze compaiono
già in dipinti del ‘600.
La Cappello da Prete era molto diffusa nelle campagne fino all’ultimo
dopoguerra, poi venne progressivamente sostituite da varietà
più facili da preparare e cucinare, o di pezzatura inferiore
e più precoci, quindi più adatte alla grande distribuzione.
La sua superiorità organolettica rimane però indiscussa.
Prof. Mirco Marconi