STORIA
L'origine dei bovini detti di razza Reggiana è stata ed è quanto mai controversa e mai completamente chiarita. D'altra parte la questione ha ormai assunto scarsa importanza in termini assoluti, stando la scarsa consistenza numerica di tale razza. Tuttavia per coloro che intendono salvaguardarla ed eventualmente diffondere tale razza, conoscerne le origini e la storia può assumere un significato storico culturale che va al di là di un ambito strettamente zootecnico.

La presenza di popolazioni bovine primitive nella nostra Provincia e zone confinanti, è confermata da ritrovamenti di resti ossei avvenuti fin dal secolo scorso, risalenti all'epoca delle Terremare. Questi bovini di taglia e conformazione eterogenea si estinsero in epoca storica, nella loro forma selvatica.
La storia della razza Reggiana si fonde nelle origini con quella del popolo Longobardo che, entrato in Italia nel 568, introdusse in Val Padana bovini depredati nella pianura Pannonica e aventi il mantello formentino. Con i capi portati dai Longobardi si inizia una riconversione zootecnica che porta i bovini a sostituire gli ovini, dando origine ad una "rivoluzione casearia". Grandi sostenitori di questi nuovi indirizzi furono i monaci Benedettini i quali, con le loro opere di bonifica e la successiva coltivazione dei terreni, crearono le premesse per lo sviluppo di nuove attività agricole quali l'allevamento del bestiame e la produzione del formaggio grana.
Si può così desumere che alcuni ceppi di bovini locali mescolandosi a gruppi di bovini già addomesticati provenienti dall'Asia produssero un tipo di bovino che attraverso successive modifiche è giunto fino a noi. Quindi si può affermare che la popolazione bovina a mantello fromentino un tempo diffusa nelle Provincie di Reggio Emilia, Parma e in parte di quelle di Modena e Piacenza, seppur con certe varianti di taglia e gradazione di mantello possa essere ascritta ad una miscellanea di ceppi brachicero e podolico con sporadiche immissioni da parte di bovini nordici. Questa eterogeneità si è originata dal passaggio in tempi diversi di genti e armenti di varia origine provenienti dall'Europa centrale e settentrionale in cammino verso le regioni centrali dell'Italia.
Per un lungo periodo storico che va dall'epoca Romana fino al finire del Settecento poco o nulla si sa sull'effettiva consistenza del patrimonio bovino esistente nelle nostre zone.
Comunque anche sulla base di notizie storiche riguardanti altre zone dell'Italia settentrionale è possibile ipotizzare alcuni scenari riguardanti la situazione zootecnica di questi secoli.
Innanzitutto già a partire dal 1200 i bovini che popolavano la pianura tra i fiumi Taro e Secchia erano molto probabilmente a mantello fromentino (quest'ultima tipica caratteristica di bovino primitivo) ed è inoltre probabile che la loro consistenza numerica fosse alquanto esigua, specie in rapporto all'estensione e alla natura del territorio. E' comunque probabile che tali soggetti presentassero una conformazione particolarmente deficiente; risultato di sistemi di allevamento assolutamente irrazionali uniti ad una alimentazione carente composta da foraggi grossolani, di scarsissimo valore nutritivo.
Si può quindi affermare che le prime notizie di un certo rilievo zootecnico e sufficientemente attendibili ci siano pervenute a partire dalla fine del XVIII secolo, ad opera del Filippo Re e in seguito di altri .
Questo insigne agronomo, grande conoscitore del mondo agricolo del suo tempo soprattutto per quel che riguarda la provincia Reggio Emilia, ci parla in alcuni suoi scritti di bovini dal mantello fromentino, bruno o grigio che venivano allevati dai contadini dell'epoca.
In altri ci informa di vacche lugana (forse brune svizzere) che fin da allora si importavano per le loro capacità lattifere. Si hanno notizie inoltre di importazioni di maschi di tale razza "Svizzera" che seppure fossero usati per fecondare vacche della loro razza, è intuibile anche un loro impiego sulla popolazione indigena, per produrre meticci.
Queste notizie seppure brevi e frammentarie rivestono comunque una notevole importanza per capire certe caratteristiche somatiche che non di rado si presentano nella razza Reggiana. Non è un caso l'attitudine lattifera di soggetti Cosi detti "Magnani" dal mantello fromentino particolarmente carico. Dal punto di vista del miglioramento zootecnico poco o nulla venne fatto durante i primi decenni del XIX secolo in stridente contrasto con quanto avveniva nei Paesi del nord Europa.
Tuttavia nel periodo intercorso tra la restaurazione del dominio Estense su Modena e Reggio Emilia e l'unità d'Italia, si assistette ad un costante aumento della popolazione bovina anche in virtù del relativo clima di stabilità politica.
Le prime informazioni accreditate sulla vacca rossa reggiana provengono da uno studio datato 1809 ad opera del Bolognini relativo al bestiame bovino allevato nel Dipartimento del Crostolo (Crostolo: torrente che attraversa Reggio Emilia). Per avere ulteriori informazioni attendibili sulla Reggiana si deve attendere la seconda metà del secolo XIX. Secondo Maffei vacche di razza Reggiana furono premiate alla esposizione di Torino del 1862 e acquistate per conto della Reale Veneria. Grande eco ebbe la notizia della partecipazione di un gruppo di bovini Reggiani alla Esposizione Mondiale di Vienna in rappresentanza della delegazione italiana assieme ai bovini di razza Pugliese, Chianina e Lusernina, oggi estinta (Guardasoni, 1957).
Dalla metà del secolo scorso in poi la situazione si invertì di nuovo, con un marcato declino dell'allevamento zootecnico. Ciò è soprattutto imputabile ai violenti moti risorgimentali, particolarmente violenti nella nostra zona. Quindi ad unità d'Italia avvenuta la situazione zootecnica italiana era particolarmente precaria e con essa anche lo stato della razza Reggiana appariva alquanto difficile. Ciò era particolarmente evidente considerando l'estrema approssimazione morfologica denunciata dalla maggioranza dei soggetti di tale razza. Si cominciò quindi ad avvertire l'esigenza di un bovino che meglio rispondesse alle mutate condizioni socio-economiche della pianura Reggiana che, a seguito di grandi opere di bonifica di quell'epoca, produssero un'aumentata disponibilità foraggera per l'alimentazione del bestiame. I difetti dei bovini di allora erano tali da rendere obbligatoria e urgente un'opera di miglioramento morfologico e produttivo. In particolare il tipico bovino della metà dell'Ottocento presentava una linea dorso-lombare insellata, spina sacrale sopraelevata, costato poco arrotondato con tronco esile e ventre eccessivamente retratto. Il treno posteriore in particolare presentava le maggiori carenze morfologiche, con natiche mal discese per nulla convesse (coscia di pollo). Nell'insieme quindi un bovino disarmonico con squilibrio fra treno posteriore e anteriore a favore di quest'ultimo punto .
In definitiva si avvertiva l'esigenza di riequilibrare la morfologia degli animali mirando all'ottenimento di spiccate caratteristiche "da carne" pur mantenendo soddisfacenti capacità dinamiche per il lavoro, allora estremamente importanti. Per quanto riguarda invece l'attitudine lattifera venne relegata all'ultimo posto, negli intenti selettivi, per due motivi: primo perché le esigenze di allora erano volte esclusivamente ad un consumo famigliare (sebbene che la conformazione fosse tutt'altro che desiderabile), secondo perché il mercato dell'epoca sia nazionale che estero richiedeva soprattutto carne. Soprattutto in concomitanza con lo scoppio della guerra franco-prussiana del 1870. A partire da questa data si mira ad ottenere un bovino con conformazione carnea più corretto soprattutto per quel che riguarda i tagli migliori del treno posteriore. Per fare ciò, dopo accese discussioni negli ambienti zootecnici dell'epoca, si scelse almeno in parte la via dell'incrocio con altre razze che allora si pretendevano ancestralmente imparentate con la Reggiana sulla scorta dei lavori di zootecnica sistematica fatti da un insigne studioso francese di zoologia: il Sanson. In particolare la scelta fu fatta cadere sulla razza Simmenthal. Nella celebre tenuta dei Conti Spalletti di San Donnino di Liguria presso Rubiera, vennero importati a partire dal 1870 e a più riprese diversi tori di tale razza, provenienti soprattutto dal cantone Svizzero di Friburgo e di Berna. Le importazioni si susseguirono per circa un decennio per poi interrompersi fino agli inizi del Novecento per proseguire saltuariamente fino allo scoppio della prima Guerra Mondiale. Dopo di che furono completamente abbandonate per vari motivi. Comunque i risultati di questo incrocio perpetuato presso le numerose stalle mezzadrili degli Spalletti, si poterono definire ottimi per quel che riguarda la produzione di carne e migliore armonia degli animali.
Lo Stabilimento Zootecnico di Reggio Emilia introdusse in modo continuativo tori di razza Simmenthal dal 1876 al 1924 e sempre per il miglioramento della razza furono utilizzati anche tori Durham e Svizzeri.
Tuttavia col tempo ci si accorse che il prodotto meticcio perdeva, quella che per l'epoca e soprattutto per la nostra zona era una prerogativa fondamentale, cioè l'attitudine dinamica subordinata alla durezza e pigmentazione dell'unghia. Il bovino Simmental infatti, pur non essendo inferiore al Reggiano, per quanto riguarda la potenza dinamica assoluta, era chiaramente inferiore per durata e resistenza allo sforzo prolungato che richiedevano i lavori massacranti come l'aratura di terreni compatti e argillosi quali quelli della zona. Inoltre non bisogna dimenticare, che almeno all'inizio si presentò un problema di natura estetica; stando la dominanza della pezzatura del capo del bovino Simmental nel meticcio di prima generazione. Comunque in seguito si ovviò a questo avendo cura di eliminare rigorosamente dalla riproduzione ogni maschio che presentasse pezzature o macchie bianche estese al capo, allo sterno, agli arti o alla coda. Ad ogni buon conto, nel secondo decennio del nostro secolo, l'incrocio con la razza Simmental venne quasi completamente abbandonato. Non di rado, comunque, si allevavano in molte stalle soggetti dell'una o dell'altra razza in purezza. Con gli inizi del Novecento e ancor più alla fine del primo conflitto mondiale si sviluppò sempre più l'industria del caseificio con crescenti richieste di latte da destinare alla trasformazione. Ovviamente questo comportava la ricerca di animali con produzioni lattifere che andassero al di là del semplice fabbisogno famigliare. Le Reggiane, allevate e alimentate spesso in maniera irrazionale, rispondevano comunque in maniera soddisfacente alle esigenze dell'epoca. In alcuni soggetti di particolare pregio, già negli anni 20 si raggiungevano produzioni di 60-70 quintali di latte per lattazione!!!, con un management che oggi definiremmo assolutamente scadente. Fin da allora purtroppo non si seppe per svariati motivi valorizzare questi soggetti eccezionali per averne una ricaduta pratica su tutto il resto della popolazione. Questo precluse fin dall'inizio alla razza Reggiana di essere veramente competitiva con altre razze, che in seguito si sarebbero affermate in Italia. Comunque ad onor del vero bisogna ricordare che lodevoli sforzi vennero fatti ancora negli anni 30 per il miglioramento dei nostri bovini con la creazione di stazioni di monta pubblica dove funzionavano tori approvati da una apposita commissione. Il problema era che i tori approvati non sempre rispondevano a requisiti di effettivo valore genetico e produttivo, ma anzi spesso rispondevano a canoni di bellezza estetica fine a se stessa che poco o nulla avevano a che vedere con la capacità di produrre latte nella loro discendenza. E questo avveniva in un'epoca dove già al di là dell'Atlantico la capacità che un toro di razza lattifera non andava giudicata per se stesso, ma per le proprie figlie. Oggi questo appare talmente banale da far sorridere, ma per la quasi totalità del mondo zootecnico di allora era qualcosa di là da venire. Buoni miglioramenti vennero fatti sulla popolazione bovina Reggiana nel decennio immediatamente precedente allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Con la parentesi bellica ovviamente tutto venne bloccato. Le perdite di animali per morte, confische e rastrellamenti furono enormi, con gravi danni sia da un punto di vista qualitativo sia quantitativo. Con la fine della guerra e il successivo rilancio delle attività zootecniche, il recupero numerico di capi della razza Reggiana fu davvero rapido. Basti pensare che a metà degli anni 50 il numero di capi della razza aveva già raggiunto e superato quello di 20 anni prima. Alla fine degli anni 50 la razza raggiunse il suo massimo storico con oltre 100.000 capi sparsi nelle province di Parma, Reggio e Modena. Basti pensare che era presente in quasi tutti i Comuni Reggiani della bassa, media e alta pianura, fatta eccezione per le zone limitrofe al confine con Mantova. Capillarmente diffusa era pure nei comuni del medio e alto colle. Località come: Viano, Baiso, Carpineti e Casina possedevano una percentuale molto importante del patrimonio bovino di quegli anni. Notevoli nuclei erano presenti nei Comuni di: San Polo, Ciano e Vetto. Nel raggio di 20-30 Km. dal capoluogo Reggiano non c'era stalla piccola o grande che non possedesse almeno alcuni capi di razza Reggiana. Inoltre anche in Provincia di Parma, almeno per quel che riguarda la pianura a sud della Via Emilia, la razza era ancora ben presente. Nulla sembrava presagire in quel momento che nell'arco di un paio di lustri tutto sarebbe precipitato e la razza quasi scomparsa. Ci si è spesso chiesto il perché di un così rapido declino e quali le cause. Volendo puntualizzare le principali, che a vario titolo hanno influito in tale processo, possiamo elencarne cinque:
1 ) SCOMPARSA DELLA MEZZADRIA
Con gli anni 60 si assiste all'abolizione dei contratti mezzadrili, come conseguenza si ha un massiccio abbandono dell'attività agricola da parte dei conduttori mezzadrili che avviano al macello una grande quantità di animali in gran parte di razza Reggiana. Coloro che decidono di proseguire l'attività zootecnica come affittuari o come proprietari del podere preferiscono sostituire il loro bestiame di razza Reggiana con altro di provenienza estera, anche attraverso l'aiuto di contribuzioni statali. Questo spiega in gran parte il crollo verticale della razza nell'arco di un decennio.
2) MANCANZA Dl UN PRONTO ADEGUAMENTO DELL'ANIMALE ALLE MUTATE CONDIZIONI Dl ALLEVAMENTO.
Proprio in quegli anni si andava diffondendo la mungitura meccanica, soprattutto con la costruzione di stalle moderne che potessero ospitare 50 o più vacche in lattazione. Ciò comportava l'esigenza di avere animali con mammelle adatte al nuovo tipo di mungitura e che emettessero tutto il latte in tempi ragionevolmente brevi. Sotto questo punto di vista la Reggiana si trovò già svantaggiata in partenza sia per le mammelle in genere mal conformate, sia per il temperamento nevrile, retaggio della triplice attitudine.
3) RITARDO DEL PAGAMENTO DEL LATTE SU PARAMETRI QUALITATIVI (INTESI COME ATTITUDINE ALLA CASEIFICAZIONE)
Gli studi che fin dagli anni 50 furono fatti sul polimorfismo delle caseine del latte sulla specie bovina, della loro influenza sulla caseificazione e sulla resa in formaggio, per decenni non uscirono dagli ambienti strettamente universitari e rimasero lettera morta fin quasi ai nostri giorni per una loro pratica applicazione. Cosi si preferì per molti anni pagare il latte su parametri quantitativi, trascurando quelli qualitativi punto di forza della razza.
4) SCELTE Dl POLITICA ZOOTECNICA NON LUNGIMIRANTI
Negli anni 60 in ambito di zootecnica da latte l'indirizzo dominante prevedeva la sostituzione delle razze cosi dette topopolite (a diffusione locale) con razze cosmopolite già migliorate. Ciò presupponeva la superiorità (tutt'altro che dimostrata) sempre e comunque delle seconde sulle prime. Anche se in molti casi ciò si rivelò vero, in altri comportò un depauperamento di risorse genetiche uniche e irripetibili di cui solo oggi se ne avverte per intero l'importanza.
5) ASSENZA Dl UN QUALSIASI SERIO PROGRAMMA Dl UN MIGLIORAMENTO GENETICO BASATO SU MODERNI PRINCIPI SCIENTIFICI.
Il fatto di sottovalutare fin dall'inizio il valore intrinseco della razza Reggiana a livello ufficiale ne precluse un pianificato e serio programma di sviluppo e miglioramento. Il rapido declino numerico dei capi allevati in un contesto già di per sé stesso ostile sembrò mettere definitivamente la parola fine sulla razza al finire degl